Nel pieno della Milano Fashion Week, la sfilata Autunno-Inverno 2026 di Prada si è imposta come uno degli appuntamenti più riflessivi e narrativamente strutturati della stagione. La collezione, firmata da Miuccia Prada e Raf Simons, è stata presentata negli ambienti del Fondazione Prada, mantenendo continuità con la scenografia già vista nella sfilata maschile: spazi evocativi, dettagli d’epoca e un’atmosfera sospesa tra memoria e presente.
Il cuore del progetto creativo ruota attorno a un’idea chiara e dichiarata: raccontare la complessità della vita contemporanea e, in particolare, quella dell’identità femminile. Il titolo della collezione, Inside Prada, suggerisce un’indagine interna, quasi introspettiva, che riguarda allo stesso tempo la storia del marchio, il modo di vestire oggi e la pluralia molteplicità dell’esperienza individuale. La sfilata non propone una sintesi né una semplificazione, ma sceglie di osservare la complessità, di metterla in scena e di renderla visibile.
Questo intento prende forma attraverso un dispositivo scenico essenziale ma estremamente efficace. In passerella sfilano quindici modelle che compiono più giri, ciascuna indossando diversi strati sovrapposti. A ogni passaggio uno di questi strati viene rimosso, rivelando una nuova configurazione dello stesso look. L’immagine iniziale si trasforma progressivamente, generando una sequenza di variazioni che raccontano la stessa persona in momenti diversi. È un meccanismo che richiama la quotidianità, dove l’identità si modifica continuamente, attraversando situazioni, ruoli e stati d’animo differenti nell’arco di una sola giornata.
La stratificazione diventa così non soltanto un esercizio stilistico ma una vera e propria metafora. I capi si sovrappongono come esperienze, memorie e emozioni che si accumulano nel tempo. Cappotti strutturati nascondono maglie ampie, sotto le quali compaiono abiti leggeri o canottiere essenziali. Le superfici si aprono, si separano, si rivelano a poco a poco. La moda, in questo contesto, assume una dimensione narrativa e simbolica: ogni strato racconta qualcosa, ogni trasformazione suggerisce una possibilità.
La collezione dialoga anche con la storia stessa della maison, recuperando forme, codici e suggestioni che vengono rielaborati e reinterpretati. I capi sembrano portare tracce di tempo, come se fossero stati vissuti, attraversati, trasformati. Il passato non viene celebrato come archivio immobile ma come materiale dinamico, capace di generare nuovi significati.
Tra i momenti più osservati della sfilata c’è stato il ritorno in passerella di Bella Hadid, apparsa con un’immagine volutamente più essenziale e spontanea rispetto alle sue apparizioni abituali. Capelli raccolti con naturalezza, make-up minimo, presenza sobria. La sua figura ha incarnato perfettamente l’estetica della collezione, che privilegia autenticità e immediatezza rispetto alla costruzione spettacolare dell’immagine.
Dal punto di vista stilistico, la proposta alterna rigore e libertà, funzionalità e decorazione. Maglioni con zip dal carattere sportivo convivono con cappotti dalla linea netta, gonne midi leggere e completi sartoriali dal taglio preciso. Le zip diventano elementi di trasformazione, capaci di modificare la percezione del capo e di rivelarne nuove dimensioni. I materiali suggeriscono spesso una patina di tempo, un senso di vita vissuta che aggiunge profondità narrativa agli abiti.
Anche gli accessori contribuiscono a questa tensione tra opposti. Le calzature spaziano da modelli robusti e strutturati a versioni più ornamentali e luminose, mentre le borse, compatte e definite nelle forme, giocano con superfici lucide e texture evocative. Tutto sembra costruito per sottolineare la coesistenza di elementi diversi, a volte persino contrastanti.
Nel complesso, la sfilata si presenta come un’esplorazione dell’identità contemporanea e delle sue molteplici dimensioni. La moda diventa linguaggio interpretativo, strumento per osservare e raccontare un presente stratificato, complesso e in continuo mutamento. Più che offrire risposte, la collezione sembra voler formulare domande, lasciando aperta la riflessione su cosa significhi oggi abitare la propria immagine, trasformarla e riconoscerla come parte di una storia in costante evoluzione.

