In un panorama internazionale in rapida evoluzione, il settore dei diamanti naturali vive una svolta storica. L’Angola, da sempre nella scia dei grandi produttori africani, ha superato il Botswana in termini di valore produttivo nel 2024, innescando una competizione che potrebbe riscrivere le regole dell’industria diamantifera.
Per decenni, il Botswana è stato l’epicentro del mercato gemmologico mondiale, grazie soprattutto a Debswana, la joint venture con De Beers che ha rappresentato la colonna portante dell’economia nazionale. Ma ora, secondo il rapporto del Kimberley Process, l’Angola ha segnato un sorpasso simbolico: i suoi 14,03 milioni di carati nel 2024 valgono circa 1,41 miliardi di dollari, superando il risultato del vicino Botswana che, pur producendo un volume maggiore (18,13 milioni di carati), ha registrato un valore inferiore, pari a 1,36 miliardi.
Questa rivoluzione economica si intreccia con una manovra strategica su scala politica: Endiama, la società diamanti statale angolana, ha avanzato un’offerta per acquisire l’85% di De Beers, attualmente in mano ad Anglo American. L’operazione è ambiziosa: non è più solo una scommessa commerciale, ma un progetto pan-africano, volto a creare un veicolo partecipato da nazioni produttrici come Angola, Botswana, Namibia e Sudafrica.
Dietro l’offerta angolana non c’è soltanto una ricerca di potere, ma una visione industriale. Da un lato, la volontà di utilizzare le infrastrutture e le tecnologie globali di De Beers; dall’altro, il desiderio di garantire che i ricavi delle risorse minerarie rimangano sempre più all’interno dell’Africa. Il CEO di Endiama, José Manuel Ganga Júnior, ha dichiarato che la partecipazione a De Beers permetterebbe all’Angola di fare “salti più grandi”, sfruttando la rete di marketing e la logistica internazionale dell’azienda.
Di contro, il Botswana, pur avendo già una quota (15 %) in De Beers, si trova oggi in una posizione delicata. Dopo un lungo periodo di stabilità, il calo della domanda globale – accentuato dall’aumento dei diamanti sintetici – ha inciso pesantemente sui bilanci di Debswana e sulla sua capacità di generare entrate pubbliche. Inoltre, le condizioni di mercato hanno spinto De Beers stesso a rivedere le sue stime di valore, con stime di cessione che vanno dai 3 ai 4 miliardi di dollari secondo alcuni analisti.
Il quadro si complica ulteriormente se si considera il ridimensionamento produttivo deciso da Debswana: per rispondere al crollo della domanda, l’azienda ha annunciato una riduzione della produzione, sospendendo temporaneamente le operazioni in alcuni siti minerari. Questo taglio non è soltanto tattico, ma riflette un ripensamento strutturale dell’attività estrattiva, con implicazioni non trascurabili per l’economia del Botswana, da sempre strettamente legata ai diamanti.
Sul piano finanziario, la posta in gioco è alta. La discesa dei ricavi provenienti dai diamanti mina le fondamenta dello stato-minerario: per il Botswana, la perdita di valore nella sua riserva strategica potrebbe tradursi in minori entrate fiscali e un rallentamento degli investimenti sociali. Parallelamente, la proposta angolana mette in luce una tensione sempre più marcata tra sovranità nazionale e internazionalizzazione del settore estrattivo.
In una prospettiva più ampia, ciò che accade in Angola e Botswana è indicativo di un cambiamento nel paradigma delle risorse naturali: non più semplici esportatori grezzi, ma attori che intendono presidiare l’intera filiera, dal sottosuolo al mercato globale. Se l’offerta di Endiama dovesse andare a buon fine, si tratterebbe di una rivoluzione non solo economica, ma politica.
Il gigante De Beers, con la sua storica influenza, potrebbe così diventare il simbolo di una nuova Africa estrattiva, più assertiva e meno dipendente dalle multinazionali. Ma il successo non è affatto scontato: serve una visione condivisa, investimenti e governi stabili che sappiano trasformare le sfide di oggi in opportunità di lungo termine.


