Il debutto di Demna alla guida di Gucci segna un passaggio netto, quasi teatrale, nel racconto contemporaneo del marchio. A Milano, negli spazi monumentali del Palazzo delle Scintille, il designer costruisce un universo estetico che rifiuta la misura e sceglie la tensione: sensualità, nostalgia e provocazione convivono in una narrazione volutamente irrequieta.
L’atmosfera, tra sculture classiche e suggestioni museali, restituisce la sensazione di un tempo sospeso, in cui il patrimonio culturale italiano diventa materia viva e non semplice citazione. Non è un caso che l’ispirazione dichiarata affondi le radici nella visita alla Galleria degli Uffizi, dove la visione della Venere di Sandro Botticelli ha innescato una riflessione sulla bellezza come costruzione culturale e desiderio collettivo.
Il risultato è una collezione che punta dritto al corpo, lo avvolge, lo scolpisce, lo espone. Le silhouette sono estreme, aderenti fino a sembrare epidermiche, mentre superfici lucide e trattamenti quasi plastificati accentuano la dimensione sensoriale degli abiti. Il linguaggio alterna rigore e ostentazione: sartorialità affilata e streetwear convivono senza gerarchie, mentre pizzi, trasparenze e lurex amplificano una femminilità consapevolmente esibita. Tutto sembra costruito per generare tensione visiva, come se l’eleganza fosse sempre sul punto di trasformarsi in eccesso. Anche i gesti diventano stile, come nel caso dei guanti in pelle nera portati con noncuranza studiata, più oggetti scenici che semplici accessori.
Il dialogo con la memoria della maison è esplicito ma non nostalgico. L’ombra del lavoro di Tom Ford attraversa la passerella come un riferimento inevitabile, soprattutto quando riemerge l’iconografia più audace degli anni Novanta. Il momento simbolico arriva nel finale, con Kate Moss, figura emblematica di quell’immaginario, che attraversa lo spazio in un abito scintillante dalla schiena vertiginosamente scoperta, lasciando intravedere il celebre perizoma con logo GG. È un’immagine che funziona come dichiarazione di intenti: la seduzione come linguaggio, la memoria come materiale vivo, il corpo come superficie narrativa.
Il progetto creativo si muove tra contraddizioni dichiarate. La femminilità appare potente, strutturata, mentre il guardaroba maschile gioca spesso su registri più ironici o volutamente dissonanti. È una dialettica che riflette l’idea di un marchio inteso non come sistema coerente, ma come organismo complesso, fatto di impulsi opposti: glamour e ironia, disciplina e caos, tradizione e desiderio di mutazione continua. Anche il dispositivo spettacolare contribuisce a questa tensione, tra riferimenti monumentali e dettagli volutamente provocatori, tra citazioni colte e gesti di pura irriverenza.


