Il legame tra red carpet e moda può cambiare il destino di uno stilista. È quanto accadde il 24 marzo 2002, quando l’attrice Halle Berry salì sul palco degli Academy Awards per ritirare la statuetta come miglior attrice protagonista grazie al film Monster’s Ball. Quella vittoria segnò una doppia svolta: Berry entrò nella storia come prima donna afroamericana a ottenere il premio, mentre l’abito firmato dal designer libanese Elie Saab trasformò il suo nome in una nuova presenza di rilievo sulla scena internazionale. Da quel momento lo stilista avrebbe iniziato la sua ascesa fino a diventare uno dei protagonisti della Paris Fashion Week. Un debutto di tale portata, oggi, sembra difficilmente replicabile.
Durante l’ultima cerimonia degli Academy Awards, svoltasi come tradizione al Dolby Theatre di Los Angeles, le vincitrici e i vincitori delle principali categorie hanno sfoggiato abiti provenienti quasi esclusivamente dagli atelier delle grandi maison francesi. L’attrice Jessie Buckley, premiata come miglior protagonista per il film Hamnet, ha scelto un abito di Chanel. Il riconoscimento come miglior attore protagonista è andato a Michael B. Jordan per Sinners, presentatosi in Louis Vuitton. Nella categoria miglior attrice non protagonista ha trionfato Amy Madigan grazie alla sua interpretazione in Weapons, sul red carpet con un abito Dior. Il premio per il miglior attore non protagonista è stato assegnato a Sean Penn, che tuttavia ha scelto di non partecipare alla serata.
A parte l’eccezione rappresentata da Kate Hudson, apparsa in Armani Privé, quasi tutte le attrici candidate hanno sfilato sul tappeto rosso con creazioni di Chanel o di marchi appartenenti al gruppo LVMH: ben sei su dieci tra Louis Vuitton, Dior, Givenchy e Loewe. Anche molte altre celebrità presenti alla cerimonia hanno indossato look provenienti dalle maison dei due principali conglomerati del lusso, LVMH e Kering, che controlla marchi come Gucci, Bottega Veneta, Balenciaga e Saint Laurent. L’evento ha segnato anche il debutto agli Oscar delle nuove direzioni creative di Matthieu Blazy e Jonathan Anderson, rispettivamente alla guida di Chanel e Dior.
Sono state poche le star di primo piano a scegliere marchi esterni ai grandi gruppi del lusso. Oltre ad Armani, solo alcune attrici hanno optato per maison come Valentino o Prada. Hanno invece brillato per assenza etichette storicamente presenti agli Oscar come Versace — in attesa del debutto creativo di Pieter Mulier — oltre a Ralph Lauren e Michael Kors. Tra i pochi marchi indipendenti rimasti visibili figurano Alberta Ferretti, Ami Paris, Vivienne Westwood, Elie Saab, Gabriela Hearst, Antonio Marras e Thom Browne.
La predominanza dei grandi gruppi sul red carpet riflette una dinamica evidente anche nel mondo dell’editoria di moda: sfogliando le principali riviste del settore, le pagine pubblicitarie più prestigiose sono spesso occupate da Chanel e dai brand controllati da LVMH e Kering. I due colossi, insieme alla maison di rue Cambon, annunciano con crescente frequenza nuovi ambassador globali, figure che inevitabilmente finiscono per indossare le loro creazioni durante gli eventi internazionali. Il risultato è un panorama sempre più concentrato, in cui l’accesso alla visibilità globale appare limitato a un numero ristretto di protagonisti.


