Alla settimana della moda milanese, l’attenzione si concentra su due debutti particolarmente attesi: quello di Fendi e quello di Gucci. Due nomi che rappresentano storie, visioni e strategie differenti, ma che oggi si muovono nello stesso scenario competitivo, dove la visibilità globale è parte integrante del progetto creativo.
Nel caso di Fendi, il debutto ha anche una dimensione personale e simbolica. Maria Grazia Chiuri torna infatti nella maison dove ha mosso i primi passi della sua carriera, dopo esperienze decisive da Valentino e anni di direzione creativa alla guida di Dior. Il rientro a Roma assume così il valore di un ritorno alle radici, ma anche quello di una prova complessa, perché significa confrontarsi con un’eredità forte, segnata in modo indelebile dal lavoro di Karl Lagerfeld.
Fin dalla scenografia emerge l’intenzione di impostare il progetto su basi chiare e dichiarate. Lo spazio è essenziale, quasi spoglio, attraversato da luci nude e lineari che evitano qualsiasi effetto spettacolare. Sul pavimento compare una frase che funge da dichiarazione programmatica: “Meno io, più noi”. Il messaggio suggerisce l’idea di una moda costruita come processo collettivo, dove la dimensione individuale arretra a favore del lavoro condiviso. Chiuri insiste su questo punto, ricordando come proprio negli anni trascorsi in Fendi abbia imparato il valore del dialogo costante con atelier e manifatture. Tuttavia, mentre il principio è esplicitato con chiarezza, resta da comprendere fino a che punto questa dimensione collettiva riesca a tradursi in forma visiva e narrativa.
Uno dei gesti più significativi del debutto riguarda l’identità grafica del marchio. In collaborazione con il designer Leonardo Sonnoli, il logotipo viene riportato a un’essenzialità ispirata al modernismo originario e alle proporzioni delle iscrizioni classiche della Colonna Traiana. Più che un cambiamento radicale, si tratta di una rilettura storica, un ritorno alle strutture fondative del linguaggio visivo della maison. In un sistema che spesso privilegia discontinuità e rifondazioni, questa scelta appare come un atto di continuità consapevole, quasi archeologico.
Il tema della pellicceria, storicamente centrale per l’identità Fendi, viene affrontato con un approccio di trasformazione piuttosto che di rimozione. L’atelier diventa luogo di rielaborazione, dove capi esistenti vengono smontati, alleggeriti e ricostruiti, anche quando provengono da altri marchi. La pelliccia viene così reinterpretata come materiale destinato a durare e a essere tramandato, più vicino a una logica di conservazione e artigianalità che a quella del consumo stagionale. In passerella questa scelta si traduce in volumi più leggeri, in un senso di portabilità che sostituisce l’opulenza tradizionale.
Anche il prêt-à-porter riflette un metodo progettuale orientato alla costruzione più che alla dichiarazione. La distinzione tra guardaroba maschile e femminile si attenua progressivamente, non come gesto ideologico ma come conseguenza di una riflessione sulla forma del capo. Il capospalla diventa l’elemento dominante, con giacche strutturate che definiscono la figura o si sovrappongono a lunghezze midi, mentre materiali e lavorazioni costruiscono un equilibrio tra rigore e fluidità. La maglieria resta sottile, il pizzo compare come elemento di leggerezza, la pelle è presente in modo discreto ma costante. Alcuni dettagli, come i colletti trasformati in accessori scultorei, richiamano esplicitamente la memoria creativa di Lagerfeld, trasformando il riferimento storico in segno contemporaneo.
La proposta maschile introduce invece un registro più dinamico e contrastato. Suggestioni biker, riferimenti sportivi e accenti workwear convivono con elementi di forte impatto visivo, creando una tensione continua tra essenzialità formale e riconoscibilità commerciale. È un equilibrio che riflette una doppia esigenza: mantenere coerenza stilistica e al tempo stesso produrre oggetti capaci di vivere nel sistema del mercato globale.
Al centro del progetto rimane il ruolo dell’artigianato, inteso non come racconto evocativo ma come struttura operativa reale. Le collaborazioni con manifatture specializzate e con reti produttive consolidate sono integrate nel processo creativo fin dall’inizio. Questo metodo affonda le radici nella storia della maison, oggi parte del gruppo LVMH dopo il passaggio attraverso Prada, e viene riproposto come fondamento del nuovo corso.
L’atmosfera culturale della sfilata si completa con la colonna sonora, affidata alla voce di Rosalía, segno del dialogo sempre più stretto tra moda e immaginario pop contemporaneo. In prima fila, Monica Bellucci e Valeria Golino incarnano un’idea di eleganza romana intensa e sofisticata, perfettamente coerente con il posizionamento culturale della maison.
L’intero progetto sembra fondarsi su una rilettura del passato come strumento per ridefinire il presente. In questo senso, il metodo ricorda ciò che accadde nel mondo dell’opera quando Maria Callas riportò le partiture a una maggiore essenzialità interpretativa, eliminando sovrastrutture accumulate nel tempo. Allo stesso modo, la nuova direzione creativa mira a liberare forme e codici da stratificazioni successive per restituire loro una funzione originaria.
La sensazione complessiva è quella di un avvio prudente e strutturato. Più che puntare sull’effetto sorpresa, la collezione definisce un sistema di coordinate: centralità del capospalla, alleggerimento della pelliccia, rigore della silhouette, accessori fortemente identificabili. È un processo di consolidamento più che di rottura, una costruzione progressiva che privilegia la durata rispetto allo shock visivo.
La scritta sulla passerella, “Meno io, più noi”, resta l’immagine simbolica di questo debutto. Più che una dichiarazione compiuta, appare come una direzione di lavoro, un orientamento che dovrà trovare piena espressione nelle stagioni future. La strada è stata tracciata, ma il risultato finale resta ancora in evoluzione. In un sistema moda che premia l’immediatezza, la vera sfida sarà trasformare questa rivoluzione silenziosa in un’identità realmente condivisa e riconoscibile nel tempo.

