Al centro dello Stade Pierre de Coubertin, Alessandro Michele ha costruito un dispositivo scenico che costringe lo sguardo a rallentare: non una passerella tradizionale, ma una serie di torri circolari punteggiate da piccoli oblò, ciascuno concepito come una finestra privata sull’abito. Specula Mundi — titolo e paradigma della nuova collezione Haute Couture di Valentino — reinventa così il modo stesso di presentare un capo, trasformando la visione in esperienza, la curiosità in rito collettivo.
L’idea è semplice e radicale insieme: separare l’oggetto (l’abito) dall’istantanea fruizione della folla per restituirgli tempo e attenzione. Gli spettatori, disposti attorno ai cilindri, osservano le modelle comparire una per una attraverso i visori — come in un antiquato kaiserpanorama — e sono invitati a studiare ogni dettaglio con lentezza. Il risultato è una sfilata che si vive più come un’indagine che come uno spettacolo concitato, un invito a decifrare stratificazioni di riferimenti, rimandi e materiali.
Le radici estetiche della collezione affondano nel gusto per il decorativismo e la figura femminile mitica: dalla letteratura decadente alle dive del primo cinema, passando per icone e ritratti (Salomé, la Marchesa Casati, le eroine immaginate da Erté) reinterpretati in chiave sartoriale. Michele pesca nella memoria collettiva immagini di sovranità, seduzione e teatralità, per restituirle in abiti che sembrano epifanie: mantelli ricamati, copricapi piumati, maniche plissettate che ricordano petali, interi bozzetti realizzati con micro-cristalli e laminati. È un’operazione che guarda al passato per forgiare un immaginario che si sottrae alla contingenza stagionale.
Materia e mestiere rimangono, però, il cuore pulsante della proposta: dietro l’apparente fasto barocco si nasconde una disciplina artigianale estrema. Ogni silhouette svela ore di modellismo, prove di volume e ricami fatti a mano; la magnificenza non annulla la tecnica, la esalta. È qui che la Maison si presenta più convincente: non tanto nella meraviglia scenografica, quanto nella capacità di tradurre l’idea in gesto sartoriale credibile e indossabile, pur restando nell’alveo del fantastico.
La dimensione filmica è omnipresente. La scelta di inaugurare la serata con la voce registrata di Valentino Garavani — autore di una lunga e riconoscente riflessione pubblicata poche ore prima — ha caricato lo show di una risonanza emotiva palpabile. Garavani, scomparso il 19 gennaio 2026, è presente non come statua ma come fonte: la sua fascinazione per il grande schermo viene rievocata come origine di una pratica che ha sempre cercato di trasporre sul corpo il magnetismo delle dive. Michele non fa mistero della sua volontà di dialogare con quella eredità, riformulandola secondo una grammatica personale che mescola omaggio e reinvenzione.
Allo stesso tempo, Specula Mundi gioca con l’ambiguità tra vedere e mostrarsi: la distanza imposta dal kaiserpanorama accentua l’effetto di voyeurismo controllato, suggerendo una riflessione più ampia sul consumo delle immagini nella nostra epoca di scroll infinito. Guardare diventa un atto intenzionale, un esercizio di attenzione che contrasta con l’abitudine digitale dell’istantaneo. È un messaggio artistico e insieme etico: la moda come pratica che richiede tempo, memoria e partecipazione.

Se la scena emoziona, alcuni dei momenti più riusciti sono quelli in cui la semplicità del taglio incontra il lusso del materiale: un trench dorato che richiama le grandi travi del guardaroba moderno, un tailleur con gonna a matita che affianca mantelle monumentali, un minidress tempestato di paillettes che sembra estratto da un set hollywoodiano anni Trenta. Ogni look è un piccolo mondo — e la collezione, nel suo complesso, funziona come una galleria di ritratti: diversi, multipli, inafferrabili.
Con Specula Mundi, Alessandro Michele rivendica il ruolo dell’Alta Moda come laboratorio di visioni collettive e come strumento di conservazione della memoria estetica. Eliminando la fretta dalla fruizione e riallocando il valore sull’atto dell’osservare, la sfilata diventa una lezioned i stile: la grandeur non è qui fine a se stessa, ma medium per una riflessione sull’identità, il mito e il lavoro delle mani. Alla fine, ciò che resta è la sensazione che l’abito — per quanto barocco o teatrale — continui a essere, prima di tutto, lo specchio di un mondo che cerca figure con cui riconoscersi.


