La collezione Giorgio Armani Privé primavera-estate 2026 introduce una novità silenziosa ma decisiva: un cambio di prospettiva. È uno sguardo femminile a guidare il racconto, rendendo l’insieme più morbido, continuo, quasi sospeso. A tradurre visivamente questa nuova sensibilità è una palette pacata, dominata dal verde giada, colore carico di simbologie positive nella cultura cinese, considerato un talismano di equilibrio e protezione.
L’apertura della sfilata è già una dichiarazione d’intenti. Per la prima volta nella storia di Armani Privé, il défilé si apre con un tailleur pantalone: giacca bianca, aderente al busto, e pantaloni ampi. Un look che parla di identità prima ancora che di stile. «Non indosso mai gonne, solo pantaloni. Questo completo mi rappresenta», racconta Silvana Armani, sottolineando con semplicità il senso di continuità personale che attraversa la collezione.
Dopo 45 anni di lavoro al fianco dello zio Giorgio, Silvana Armani debutta ufficialmente come responsabile della linea donna. Un passaggio di testimone che avviene proprio attraverso l’alta moda, territorio che ha seguito insieme a lui per oltre vent’anni. Con la scomparsa del fondatore, avvenuta lo scorso settembre, Silvana diventa oggi l’unica donna alla guida creativa di un marchio presente nel calendario dell’Haute Couture Week parigina.

La collezione si muove su registri di leggerezza e misura. «La giada restituisce armonia», spiega la designer. Ma l’equilibrio non è affidato soltanto al colore: sono i dettagli, riconoscibili e mai ridondanti, a costruire il linguaggio della sfilata. Cravatte in organza, ricami che evocano lanterne orientali, ventagli trasformati in decorazioni trompe-l’œil nei taschini delle giacche. Rimandi all’Oriente tanto caro a Giorgio Armani, qui reinterpretati come segni discreti, quasi affettuosi.
Uno degli elementi centrali è il pantalone, declinato in chiffon, organza e cady, sempre ampio, sempre fluido. I tailleur spostano la couture verso un’idea di abito da giorno, liberandola dall’esclusività delle occasioni serali. «Ho cercato di rendere tutto più indossabile», racconta Silvana nel backstage. E questa volontà emerge anche nella costruzione della sfilata: sessanta look, senza eccessi narrativi, in un racconto compatto e consapevole.
Le giacche, spesso di ispirazione maschile, sono alleggerite nelle strutture; i bustier ricamati dialogano con abiti a colonna, drappeggiati con precisione; tuniche longuette, maglie con frange e capi stratificati contribuiscono a un’idea di couture che accoglie il corpo invece di dominarlo. È una moda preziosa, ma meno distante, più abitabile.
L’impronta di Giorgio Armani resta però evidente. È nella misura, nel ritmo, nell’atmosfera. «Penso che avrebbe approvato tutto», dice Silvana, con una commozione composta che sembra riflettere perfettamente lo spirito della maison.
Il finale è affidato a un ritorno significativo: l’abito da sposa. Mancava da tempo sulle passerelle di Armani Privé. A indossarlo è Agnese Zogla, musa storica del designer. Il vestito, interamente ricamato, a maniche lunghe e con collo alto, è completato da un velo solenne. Un dettaglio rende questo momento ancora più carico di significato: si tratta dell’unico capo della sfilata realizzato direttamente da Giorgio Armani, il suo ultimo contributo creativo.
Una chiusura che non è solo omaggio, ma anche promessa. Perché questa collezione, pur nel segno della continuità, apre con chiarezza un nuovo capitolo della storia Armani. E lo fa con grazia, fermezza e una nuova armonia.


