Il fascino del vino come investimento sicuro e simbolo di status sembra essere entrato in una lunga stagione di crisi: l’indice Liv-Ex Fine Wine 100, visto da anni come il Dow Jones dei vini pregiati, ha perso circa l’11% del suo valore negli ultimi due anni, con ribassi ancor più marcati in segmenti top come Bordeaux e Borgogna.
Mercato in discesa: non solo numeri ma insolvenze
I dati sul mercato dei vini di lusso non sono confortanti: i principali cru francesi segnano cadute tra il -17% e il -19%, la California perde circa il -15% e persino il vino italiano registra una flessione di circa l’-8%. In questo quadro, non mancano segnali di difficoltà strutturali, fino a casi di fallimenti tra le grandi tenute vitivinicole.
Secondo Simone Loose, professoressa di economia del settore vino e bevande, il problema non è solo ciclico ma legato alla natura stessa del settore: i vigneti rappresentano investimenti pluridecennali (30-40 anni), poco flessibili di fronte a turbolenze di mercato, con conseguenti aggiustamenti di valore e insolvenze tra le aziende quotate.
La crisi finanziaria si intreccia con una trasformazione culturale: l’Organizzazione mondiale della sanità ha ribadito la classificazione dell’alcol come sostanza tossica e psicoattiva, equiparabile per certi aspetti a tabacco e amianto, influenzando percezioni e abitudini di consumo. Iniziative come il Dry January e la crescente attenzione al benessere contribuiscono a ridurre il culto del vino come elemento irrinunciabile dello stile di vita.
Philipp Schwander, primo svizzero “Master of Wine”, sottolinea un cambiamento culturale profondo: parla di un’“americanizzazione dello stile di vita” in cui la mania per la salute diventa quasi una religione sostitutiva. Critica anche l’OMS per aver trascurato gli aspetti culturali e sociali del consumo moderato.
Lo status symbol perde smalto
Il consumo giovanile cala e muta: tra i trend più evidenti c’è una preferenza crescente per vini bianchi o spumanti (percepite come più “leggeri”) rispetto ai rossi corposi. Silvio Denz, magnate svizzero del vino, osserva come la bolla speculativa — alimentata dalla domanda asiatica di bottiglie iconiche come Château Lafite Rothschild — sia ormai un capitolo chiuso, soprattutto dopo le campagne anti-corruzione in Cina.
Per Denz, l’idea di comprare vino esclusivamente come trofeo da esibire sta cedendo il passo a una visione più semplice: quella del vino come prodotto agricolo e piacere conviviale, distante dall’essere un mero status symbol.
Tra mercati, cultura e futuro
Il declino come asset finanziario non significa necessariamente la fine del vino come bene di lusso, ma segna una ridefinizione del suo ruolo sociale ed economico. Se da un lato restano nicchie di mercato per collezionisti e appassionati di bottiglie rare, dall’altro si assiste a una normalizzazione del consumo, con una crescente consapevolezza sui rischi dell’alcol e una maggiore attenzione a stili di vita sani.
In sintesi, il mito del vino come investimento sicuro e simbolo di status è sotto pressione su più fronti: dall’arena finanziaria ai gusti dei consumatori, passando per una cultura che sempre più mette al centro salute e benessere.


