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Quando, nel 2024, Koyo Kouoh è stata scelta come curatrice della 61ª Biennale Arte di Venezia — diventando la prima donna africana chiamata a dirigere la mostra centrale — il mondo dell’arte ha colto subito la portata simbolica di quella nomina. La sua storia personale e professionale, tra Dakar, Cape Town e le grandi capitali dell’arte contemporanea, incarnava un’idea di pratica curatoriale fondata non su gerarchie, ma su relazioni, convergenze e dialoghi creativi.
Purtroppo, Kouoh è venuta a mancare nel maggio del 2025 mentre era ancora impegnata a definire il progetto curatoriale per il 2026. Ma la Biennale ha deciso di portare avanti la sua visione, rispettando integralmente il piano che aveva delineato e consegnato.
Una “geografia relazionale” tra incanto e dialoghi transcontinentali
Il titolo scelto per la mostra — “In Minor Keys” — è già di per sé una dichiarazione d’intenti: non un percorso nettamente suddiviso in sezioni, ma una costellazione di relazioni, affinità e resonanze tra pratiche artistiche apparentemente distanti.
A differenza di molte esposizioni che privilegiano strutture tematiche rigide, In Minor Keys si muove su priorità sotterranee, mettendo in dialogo elementi come:
Shrines — altari e spazi simbolici rivolti a figure che sfuggono alla retrospettiva tradizionale.
Processioni — evocazioni di ritualità, cammini e risonanze collettive.
Oasi — luoghi di riposo e contemplazione, dove le varie “tonalità” creative trovano una pausa e un senso.
Non si tratta solo di opere, ma di stati d’animo, di campi di energia in cui il pubblico è invitato a immergersi e a confrontarsi. Il paradigma non è più quello di guardare l’arte come “cose da vedere”, ma come relazioni da abitare.
La mostra coinvolge 111 artisti, duo, collettivi e organizzazioni provenienti da contesti geografici molto diversi: Salvador, Dakar, San Juan, Beirut, Parigi, Nashville e oltre. Queste scelte non sono accidentali, ma rispondono alla volontà di Kouoh di esplorare affinità e convergenze tra pratiche lontane, anche quando non vi siano legami diretti tra gli artisti.
Numerosi partecipanti si collocano all’intersezione tra teatro, performance, scultura, suono e narrazioni comunitarie, rafforzando l’idea di una Biennale che non celebra solo individualità, ma campi di connessione.
Nei materiali curatoriali predisposti da Kouoh compaiono riferimenti letterari non casuali: opere come Beloved di Toni Morrison e Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez suggeriscono una Biennale in cui la soglia tra mondi, tempi e storie diventa terreno di esplorazione.
Non è un’arte che si limita a “raccontare”: è un’arte che attiva, che risuona con passato e futuro, e chiede a chi osserva di esser parte di quel dialogo.
La Biennale Arte 2026 sarà aperta al pubblico dal 9 maggio al 22 novembre 2026 nei Giardini, all’Arsenale e in altri spazi di Venezia.
E se il mondo ha perso prematuramente la voce di Kouoh, la sua mostra — curata e realizzata secondo i suoi appunti, idee e schemi — è ormai pronta a compiersi come un grande atto di fiducia nella forza trasformativa dell’arte e nell’urgenza delle relazioni umane.
In un’epoca in cui le divisioni culturali spesso dominano il discorso pubblico, In Minor Keys sembra ricordarci che l’incontro — tra differenze, storie e linguaggi — non è solo un modo di lavorare, ma la materia stessa dell’arte contemporanea.


