Le politiche protezionistiche introdotte negli ultimi anni negli Stati Uniti non hanno prodotto l’effetto sperato sul settore tessile e dell’abbigliamento. Al contrario, secondo le più recenti analisi, i dazi hanno contribuito a ridisegnare le catene produttive globali senza riportare realmente la manifattura sul territorio americano.
Il dato emerge dal Reshoring Index 2026 della società di consulenza Kearney, che evidenzia come nel 2025 la produzione interna statunitense di abbigliamento abbia registrato una contrazione del 17% rispetto all’anno precedente. Una flessione significativa che riflette le difficoltà strutturali del comparto.
Anche il quadro industriale generale appare debole. La produzione manifatturiera complessiva degli Stati Uniti, misurata attraverso il parametro Manufactured Goods Output (MGO), ha subito un calo dello 0,4%, equivalente a circa 28 miliardi di dollari in meno rispetto al 2024.
Parallelamente, le importazioni di beni manifatturieri hanno continuato a crescere. Nel 2025 il valore complessivo è salito a circa 2.980 miliardi di dollari, segnando un aumento del 4,6% su base annua. Nel settore moda, in particolare, i Paesi asiatici a basso costo produttivo — inclusa la Cina — hanno incrementato del 6% le esportazioni verso il mercato americano, raggiungendo quota 88 miliardi di dollari.
Lo studio mette inoltre in luce il comportamento delle aziende di fronte all’incertezza commerciale e tariffaria. Circa il 75% delle imprese intervistate ha dichiarato di aver ridotto la dipendenza produttiva dalla Cina. I numeri confermano questa tendenza: Pechino ha perso circa 135 miliardi di dollari di esportazioni verso gli Stati Uniti e la sua quota sulle importazioni manifatturiere americane è scesa sotto il 10%, contro il 20% registrato solo quattro anni fa.
Tuttavia, il ridimensionamento cinese non si è tradotto in un ritorno della produzione negli Usa. Le attività manifatturiere si sono semplicemente spostate verso altri Paesi asiatici caratterizzati da costi contenuti, come Vietnam, Bangladesh, Indonesia e Cambogia. Solo una minoranza delle aziende coinvolte — circa il 20% — ha preso in considerazione l’ipotesi di trasferire la produzione sul territorio statunitense.
Più che di “reshoring”, quindi, gli analisti parlano di una redistribuzione regionale della produzione all’interno dell’Asia, dove esistono filiere consolidate, manodopera specializzata e costi competitivi difficili da replicare altrove.
Secondo Patrick Van den Bossche, partner della divisione Strategic Operations di Kearney e autore del rapporto, il settore moda presenta caratteristiche che rendono particolarmente complesso un ritorno della produzione negli Stati Uniti. Tra i principali ostacoli viene indicata la scarsa propensione all’innovazione: l’abbigliamento resta uno dei comparti industriali con i livelli più bassi di investimento in ricerca e sviluppo.
Anche l’automazione, che sta trasformando numerosi settori manifatturieri, nel fashion procede con lentezza. A pesare è inoltre la ridotta marginalità economica del comparto, che limita la capacità delle aziende di sostenere investimenti industriali di lungo periodo.
Infine, il sistema produttivo asiatico gode di un vantaggio costruito in decenni di specializzazione e integrazione industriale. Una struttura così radicata, osservano gli analisti, non può essere smantellata né replicata rapidamente attraverso sole misure tariffarie.


