Una ricerca documentaria firmata dalla studiosa indipendente Valentina Salerno sta scuotendo il mondo della storia dell’arte: secondo lo studio Michelangelo: Gli ultimi giorni, sono venti le opere di Michelangelo Buonarroti (Arezzo, 1475 – Roma, 1564) finora poco note o di attribuzione incerta che potrebbero essere oggi ricollegate al genio rinascimentale.
L’indagine, basata su decine di documenti d’archivio italiani e stranieri, mette in discussione la narrazione tramandata da Giorgio Vasari secondo cui Michelangelo, negli ultimi mesi di vita, avrebbe bruciato la maggior parte dei suoi bozzetti, cartoni e disegni inefficaci. Salerno suggerisce invece che l’artista li avrebbe affidati ad allievi e collaboratori per essere custoditi in una stanza segreta nella sua casa di Roma, accessibile tramite un sistema di chiavi multiple.
Secondo lo studio, quelle opere non sarebbero perdute per sempre, ma disperse tra musei, chiese e collezioni private, riconoscibili oggi grazie alla nuova interpretazione dei documenti storici. La ricerca ha ricevuto una prima legittimazione istituzionale con l’istituzione, da parte del cardinale arciprete della Basilica di San Pietro, Mauro Gambetti, di un comitato scientifico internazionale di esperti per approfondire le attribuzioni.
Il lavoro di Salerno ha già lasciato tracce nel mercato dell’arte: alla recente asta di Christie’s a Londra un bozzetto ritenuto collegabile alla figura della Sibilla Libica è stato venduto per decine di milioni, seguendo criteri di attribuzione che alcuni osservatori ritengono coerenti con la ricerca.
Non tutti però accolgono la notizia come una scoperta definitiva. Fonti di approfondimento indipendenti sottolineano che non sono ancora emersi dettagli concreti sulle opere, né sono state pubblicate analisi stilistiche o scientifiche su ciascuna delle venti opere citate. Secondo questi commenti, le rivendicazioni si basano soprattutto sull’interpretazione dei documenti storici e non su prove materiali o catalogazioni confermate dalla comunità accademica internazionale.
Secondo alcuni critici, inoltre, molte delle idee proposte non sono del tutto nuove: gli studiosi hanno da tempo riconosciuto che parte dell’eredità artistica di Michelangelo sia stata spartita tra i suoi assistenti o finita in contesti ecclesiastici e collezioni già esistenti. In questo senso, l’ipotesi di Salerno — pur interessante — non costituirebbe una rivoluzione, ma piuttosto una reinterpretazione di elementi già noti.
Il caso ha comunque riacceso l’interesse per la figura di Michelangelo, artista la cui produzione è da sempre al centro di studi critici e storiografici nel campo dell’arte rinascimentale. Se confermate, le attribuzioni proposte potrebbero portare a una revisione del catalogo critico delle opere michelangiolesche, stimolando nuove ricerche e confronti tra studiosi di musei e università.
In un contesto dove la storia dell’arte è in continua revisione e le fonti antiche — come le Vite di Vasari — vengono lette con occhi contemporanei, l’ipotesi di opere “nascoste” di Michelangelo si inserisce nel più ampio dibattito su come si costruisce e si interpreta il lascito dei grandi maestri.


