La recente sfilata — che ha visto la prima apparizione di Silvana Armani nella line-a prêt-à-porter dopo l’esordio dell’haute couture a Parigi — ha messo in luce non solo il futuro creativo della maison, ma anche l’incertezza che grava sul gruppo a causa delle rigide disposizioni lasciate nel testamento del fondatore. Giorgio Armani aveva infatti predisposto un percorso di dismissione graduale: la fondazione deve offrire entro 12–18 mesi una prima partecipazione del 15% a operatori selezionati, e lo stesso compratore può poi aumentare la sua quota fino a una soglia compresa tra il 30% e il 54,9% tra il terzo e il quinto anno.
Tra i potenziali acquirenti indicati dal testamento compaiono tre grandi nomi: L’Oréal, EssilorLuxottica e LVMH. Secondo fonti del settore, la partnership di lunga durata con L’Oréal rende quest’ultima particolarmente sensibile all’operazione: il business della bellezza legato al marchio Armani è stimato attorno a €1,5 miliardi di fatturato annuo, mentre il segmento eyewear con EssilorLuxottica viene valutato su una scala molto più contenuta (stime del settore indicano alcune centinaia di milioni). Circa il 10% di questi volumi torna alla maison sotto forma di royalties, elemento che spiega l’interesse strategico dei licenziatari.
Sulla valutazione complessiva del gruppo, analisti interni e osservatori hanno indicato una forchetta compresa grosso modo tra 4 e 7 miliardi di euro: alla luce di questo intervallo, la cessione del 15% dovrebbe tradursi in un investimento nell’ordine di qualche centinaio di milioni fino a circa un miliardo, con la precisazione che i risultati operativi del 2025 potrebbero spostare la forbice verso il basso.
Il dossier però presenta frizioni interne: secondo inchieste recenti si è creata una spaccatura tra consiglieri favorevoli all’esecuzione rigorosa delle volontà testamentarie e chi, invece, vorrebbe concentrare gli sforzi sul risanamento industriale prima di vincolare il gruppo a cessioni programmate. Questa tensione sul board complica ulteriormente i tempi e le modalità di una qualsiasi operazione.
Nel confronto tra i potenziali compratori emergono ragioni strategiche opposte. Per L’Oréal l’operazione sarebbe soprattutto una mossa per consolidare un asset beauty già molto remunerativo, con la possibilità di mantenere o rinegoziare le licenze; per EssilorLuxottica, il passo sarebbe coerente con un’espansione oltre l’occhialeria, benché gli impegni e le questioni interne al suo azionariato rendano qualsiasi grande mossa più complessa. Al contrario, per LVMH il grado di controllo richiesto dalla casa madre del gruppo (che il testatore ha voluto preservare) e la struttura della divisione moda rendono l’operazione meno lineare.
In sintesi: la volontà testamentaria ha disegnato una strada chiara ma vincolante — una cessione graduale e preferenziale verso tre grandi partner o, in alternativa, una quotazione pubblica — mentre lo scenario di mercato e le divisioni interne rendono incerta la riuscita rapida dell’operazione. Il risultato sarà il compromesso tra l’eredità voluta dal fondatore e la pressione del mercato per una ristrutturazione che renda il gruppo più competitivo nel prossimo ciclo economico.


