Nuova Delhi accoglie l’Europa con tutti gli onori. Per la prima volta, i vertici delle istituzioni comunitarie partecipano come ospiti d’eccezione alle celebrazioni per l’anniversario della Repubblica indiana: cerimoniale solenne, arrivo in carrozza, saluto della guardia presidenziale scandito dai colpi di cannone e il primo ministro Narendra Modi a fare da cicerone a una parata dal forte valore simbolico. Le immagini di Ursula von der Leyen e del presidente del Consiglio europeo Antonio Costa dominano il centro della capitale, segnando visivamente un passaggio politico destinato a lasciare il segno.
Il messaggio è chiaro: l’accordo di libero scambio tra Unione Europea e India è ormai cosa fatta. La firma formale è attesa al vertice bilaterale, ma l’intesa è già stata chiusa nei suoi elementi essenziali. «L’Europa otterrà il più ampio accesso mai concesso a un partner esterno nel mercato indiano, storicamente protetto», rivendica von der Leyen, sottolineando la portata eccezionale del risultato. I numeri definitivi non vengono diffusi, ma il perimetro dell’accordo è ormai consolidato.
In una fase di crescente instabilità globale e con gli Stati Uniti percepiti sempre più come fattore di imprevedibilità, Bruxelles considera l’intesa con Nuova Delhi una scelta strategica di lungo periodo. Non a caso, fonti europee parlano di un tassello centrale della politica commerciale dell’Ue. A differenza del dossier Mercosur, i negoziatori hanno scelto una strada pragmatica: i settori più sensibili sono rimasti fuori dal perimetro dell’accordo, evitando scontri frontali. L’Unione ha escluso carni, zucchero e pollame; l’India ha protetto comparti chiave come tessile e lattiero-caseario. Una selezione mirata che ha permesso di arrivare al traguardo.
I negoziati, avviati nel 2007 e rilanciati nel 2021, danno vita a un’area economica che coinvolge circa due miliardi di persone e un quarto della ricchezza mondiale. L’impatto potenziale è considerato strutturale: l’apertura progressiva del mercato indiano — caratterizzato da barriere tariffarie molto elevate, come quelle sui vini e sugli alcolici — offrirà all’Europa un vantaggio competitivo in settori dove è già forte, dall’agroalimentare di qualità ai servizi finanziari e digitali, fino all’automotive. Centrale anche il capitolo sulla tutela delle indicazioni geografiche, da tempo una priorità per Bruxelles.
L’intesa non si limita al commercio. Il partenariato include una cooperazione rafforzata in ambito sicurezza e difesa, tema sensibile per un Paese che punta a ridurre la propria dipendenza dagli armamenti russi. Non è un caso che la parata sia stata chiusa da un’esibizione dei caccia Rafale di produzione francese, già in servizio presso l’aeronautica indiana.
Sul piano politico, l’accordo consolida la presenza europea in Asia, dopo quelli con Giappone e Corea del Sud. Per l’India, che sta gradualmente uscendo dal regime delle preferenze generalizzate dell’Ue, il trattato rappresenta uno strumento chiave per preservare l’accesso al mercato europeo. In parallelo, Nuova Delhi ottiene un memorandum sulla mobilità che faciliterà gli spostamenti di professionisti qualificati, studenti e ricercatori.
Dietro l’intesa si muove una visione più ampia. La politica commerciale — competenza esclusiva della Commissione — diventa un vero strumento geopolitico, in risposta alle tensioni tra Washington e Pechino e alle fragilità emerse con la pandemia e la guerra in Ucraina. L’obiettivo è duplice: contribuire a fare dell’India un’alternativa manifatturiera alla Cina e rafforzare l’asse tra le due maggiori democrazie del mondo, creando le basi per nuovi investimenti e cooperazioni strategiche, anche infrastrutturali.
Più che un punto di arrivo, l’accordo Ue-India segna l’avvio di una fase di riallineamento economico e politico. Un tentativo, per Bruxelles, di rafforzare autonomia, competitività e peso internazionale in un sistema globale sempre più frammentato.


