Nel mondo dell’arte esistono capolavori protetti da teche e assicurazioni milionarie. E poi ce ne sono altri che sopravvivono per puro istinto, strappati all’oblio da un gesto umano, quasi clandestino. Il grande dipinto di Andrea Pazienza riemerso da una discarica romagnola appartiene a questa seconda, rarissima categoria: opere che non avrebbero dovuto esistere, e che proprio per questo parlano più forte.
Siamo nella metà degli anni Ottanta. Pazienza, già figura centrale del fumetto e dell’arte visiva italiana, partecipa a un progetto urbano temporaneo: una serie di pannelli monumentali realizzati per proteggere una fontana storica durante un restauro. Non nasce un’opera “da museo”, ma qualcosa di libero, istintivo, coerente con la poetica dell’autore. Un lavoro pensato per vivere poco. Forse troppo poco.
A intervento concluso, quei pannelli vengono smontati e trattati come materiali senza valore. Distrutti. Eliminati. Tutti, tranne uno. Quel dipinto — grande, fragile, già ferito — viene recuperato all’ultimo momento da chi riconosce ciò che altri avevano smesso di vedere: non legno da buttare, ma memoria visiva, gesto artistico, identità culturale.
Da allora l’opera vive in una sorta di limbo elegante. Restaurata quel tanto che basta per sopravvivere, custodita lontano dal mercato, mostrata solo in contesti selezionati, come se anche lei avesse scelto il silenzio. Fino a oggi.
La sua recente ricomparsa in una grande esposizione museale dedicata ad Andrea Pazienza ha riacceso i riflettori, ma anche aperto una domanda inevitabile: di chi è quest’opera? Di chi l’ha commissionata? Di chi l’ha salvata? O di chi, oggi, la riconosce come parte di un patrimonio comune?
La questione è tutt’altro che formale. Perché questo dipinto non è solo un lavoro ritrovato, ma un oggetto carico di tensioni contemporanee: tra pubblico e privato, tra arte e incuria, tra diritto e responsabilità culturale. È il paradosso di un Paese capace di perdere i propri artisti e poi discutere su chi debba custodirne le tracce.
Il valore economico resta indefinibile. Quello simbolico, invece, è altissimo. Quest’opera racconta Andrea Pazienza meglio di molte celebrazioni ufficiali: anticonvenzionale, scomoda, sopravvissuta ai margini. Salvata non da un’istituzione, ma da uno sguardo.
E forse è proprio questo il punto. Non tutte le opere chiedono protezione. Alcune chiedono solo di non essere buttate via.


