Frank O. Gehry, figura chiave dell’architettura del secondo Novecento e tra i protagonisti del movimento decostruttivista, si è spento a 96 anni nella sua casa di Santa Monica, in California, dopo una rapida complicazione respiratoria. Lo staff dell’architetto ha confermato la notizia al New York Times, sancendo la fine di una delle voci più originali dell’architettura internazionale. Nato a Toronto nel 1929 con il nome di Frank Owen Goldberg e successivamente divenuto cittadino statunitense, Gehry lascia un patrimonio culturale che trascende gli edifici: un intreccio fra tecnologia, arte e una visione dell’architettura come esperienza emotiva totale.
Nel corso della sua carriera ha realizzato alcune tra le opere più riconoscibili dell’epoca contemporanea. Il Guggenheim Museum di Bilbao (1997) è universalmente considerato un punto di svolta nella progettazione museale e un simbolo della rinascita urbana. Seguono, tra gli altri, l’Experience Music Project di Seattle (2000), la Walt Disney Concert Hall di Los Angeles (2003), la “Casa danzante” di Praga (1996), il New World Center di Miami Beach (2010) e la Beekman Tower di New York (2011). Il suo nome è legato anche al Biomuseo di Panama (2014), al progetto del Guggenheim Abu Dhabi (avviato nel 2017) e al Dwight D. Eisenhower Memorial di Washington (2020). Nel suo palmarès spiccano il Pritzker Prize, ricevuto nel 1989, e il Leone d’Oro alla carriera della Biennale di Venezia del 2008.
Il 2026 avrebbe segnato l’avvio del Guggenheim di Abu Dhabi, una delle sue ultime sfide. Il 2025, invece, aveva visto Gehry impegnato nel Cmu Museum of Fine Arts di Taiwan, mentre già si parlava di un ambizioso flagship store di 100 mila metri quadrati per Louis Vuitton a Beverly Hills, dopo la collaborazione sulla Fondation nella capitale francese.
Pur spesso associato all’etichetta di “archistar”, Gehry ha sempre rifiutato questa definizione. Ripeteva che il suo mestiere nasceva dal desiderio di “migliorare il mondo attraverso gli spazi”, mettendo da parte il protagonismo mediatico. Eppure il suo nome rimarrà legato a opere visionarie, capaci di sfidare ogni convenzione formale e tecnica, non di rado con costi e tempi monumentali: emblematica la lunga e complessa trasformazione del Philadelphia Museum of Art, completata nel 2021 dopo decenni di studi e quattro anni di cantieri per un investimento di 233 milioni di dollari.
La sua ricerca ha rivoluzionato il modo di intendere la forma architettonica, disarticolando i volumi e ricomponendoli in geometrie dinamiche, quasi in movimento. L’impiego di materiali normalmente estranei all’architettura tradizionale – reti metalliche, lamiere grezze, pannelli industriali – è diventato una firma riconoscibile, come l’uso pionieristico di software avanzati, derivati dall’ingegneria aeronautica, che negli anni Novanta gli permisero di modellare superfici fino ad allora inconcepibili.
La formazione di Gehry, iniziata alla University of Southern California e proseguita ad Harvard, lo ha portato prima a collaborare con Victor Gruen e poi ad aprire nel 1962 il proprio studio a Los Angeles. Negli anni Ottanta la sua indagine sull’abitare sfocia in esperimenti radicali, tra cui la celebre casa di Santa Monica (1977-78), un intervento su un’abitazione modesta trasformata in scultura abitabile attraverso materiali di recupero e volumi spezzati. Una scelta che lo consacrò come uno degli innovatori più discussi e influenti della scena internazionale.


