Da stanotte, 25 febbraio 2026, sono entrati in funzione di nuovo in vigore negli Stati Uniti tariffe doganali del 10% su molte importazioni globali, incluso il vino Ue in arrivo sui mercati statunitensi. La misura — che sostituisce i dazi precedenti al 15% dichiarati illegittimi dalla Corte Suprema americana — è stata attivata sotto la sezione 122 del Trade Act del 1974 e resterà in vigore per almeno 150 giorni, salvo nuovi ordini ufficiali da parte dell’amministrazione di Donald Trump.
La novità emerge in un contesto di incertezza e tensioni crescenti: dopo la sentenza della Corte Suprema che ha considerato incostituzionali le tariffe maggiorate basate sull’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA), l’esecutivo statunitense ha scelto di riproporre un dazio globale più basso ma con la stessa base di applicazione.
Gli operatori del settore — dalla U.S. Wine Trade Alliance agli importatori europei — sottolineano che l’incertezza rischia di pesare più dei dazi stessi: programmare spedizioni, dichiarazioni doganali e prelievi di magazzino in un clima di possibili modifiche normative è diventato complicato.
Non è escluso che il dazio possa essere portato formalmente al 15%, come Trump più volte annunciato, nonostante al momento non esista ancora un ordine esecutivo che autorizzi l’innalzamento.
Il settore vinicolo italiano ed il fashion è tra i più colpiti da questa nuova fase di instabilità:
- Export verso gli USA in calo: secondo dati Nomisma, nel 2025 il valore delle importazioni di vino negli Stati Uniti è diminuito del 12%, con i vini fermi in lieve calo nei volumi ma gli spumanti in crescita moderata.
- Rischio effetto boomerang: da parte delle associazioni italiane, come Unione Italiana Vini (Uiv), arriva l’allarme che la bocciatura dei dazi da parte della Corte Suprema non basta a ridare fiducia al mercato — anzi, potrebbe frenare ulteriormente export e programmazione commerciale.
Del resto, negli ultimi mesi il vino italiano ha già pagato un prezzo significativo: tra dazi elevati, consumi in flessione e un dollaro debole, le aziende si sono ritrovate costrette a rivedere prezzi e strategie di esportazione.
L’entrata in vigore dei dazi al 10% e la minaccia di un possibile aumento hanno riportato al centro del dibattito il fragile accordo commerciale tra UE e Stati Uniti, già oggetto di discussioni serrate alla vigilia dell’entrata in carica delle nuove tariffe. La Commissione Ue ha descritto la situazione come una fase di “transizione con ampie conversazioni quotidiane” con Washington per monitorare l’evoluzione delle tariffe e garantire l’effettiva applicazione degli accordi già negoziati.
Dal canto suo, la Casa Bianca ha ribadito l’obiettivo di proteggere l’industria e i deficit commerciali Usa, ma l’approccio resta contestato tanto nei mercati quanto nelle cancellerie internazionali.
L’applicazione dei dazi al 10% su vino e altri prodotti UE segna una nuova fase di incertezza per il commercio transatlantico, con possibili aumenti in arrivo e conseguenze tangibili per le esportazioni italiane. Le aziende del settore stanno già valutando nuove rotte di mercato e strategie di pricing per affrontare uno scenario prima instabile e ora concretamente difficile.


