La collezione autunno-inverno 2026 di Burberry non racconta semplicemente una stagione, ma un modo di esistere dentro una città che non smette mai di trasformarsi. A chiudere la London Fashion Week, il direttore creativo Daniel Lee costruisce una visione in cui Londra diventa più di uno sfondo: è una condizione mentale, una tensione continua tra ciò che è stato e ciò che sta ancora diventando.
Chiunque cammini per Londra conosce bene quella sensazione di sospensione permanente: edifici avvolti da reti, monumenti nascosti dalle impalcature, superfici lucide di pioggia che riflettono luci artificiali e traffico notturno. È un paesaggio in manutenzione continua, e proprio questa instabilità diventa il cuore della collezione. Lee osserva come ci si veste davvero in città — spesso per istinto, per necessità, per adattamento al clima e al ritmo urbano — e trasforma quell’automatismo quotidiano in linguaggio estetico.
Tutto parte dal trench, inevitabilmente. Capo fondativo del marchio, simbolo di protezione e funzionalità, qui viene ripensato come se dovesse raccontare una nuova postura del corpo nello spazio urbano. La struttura si ammorbidisce, le linee si avvicinano alla figura, compaiono rouches e increspature che modificano il modo in cui il tessuto cade sulle spalle. Quello che un tempo era un capo quasi disciplinare diventa fluido, mobile, reattivo. Non più armatura, ma presenza.
E soprattutto cambia il suo ruolo. A Londra il cappotto è spesso la prima cosa che si vede — a volte l’unica — quando si esce la sera. Lee prende sul serio questa evidenza pratica e trasforma il trench in un vero capo da uscita. Alcuni modelli scivolano verso la forma del cappotto-abito, altri si aprono lasciando intravedere strati di seta leggera e plissé che suggeriscono una dimensione serale trattenuta sotto la superficie del giorno. Il guardaroba diventa continuo, senza confini netti tra lavoro e notte.
Questa idea prende forma nello spazio della sfilata, allestita sotto le arcate di Old Billingsgate Market, trasformato in un paesaggio urbano provvisorio. Monumenti scomposti, superfici lucide come asfalto bagnato, strutture in costruzione evocano una città mai definitiva. Anche il riferimento a Tower Bridge appare come un ricordo ricostruito, quasi irreale, segno di un’identità continuamente riscritta.
Dentro questo scenario, tutto nella collezione segue la stessa logica di trasformazione. Il check storico viene disturbato, rielaborato, reso materia viva più che simbolo fisso. Le stampe di mappe urbane emergono come tracce di memoria. La palette resta immersa nella notte — blu profondi, bordeaux, neri lucidi — mentre pelle e tessuti leggeri convivono in stratificazioni che suggeriscono movimento continuo. Perfino i ricami evocano la pioggia che scivola sulle superfici della città.
Il ritmo dello show accompagna questa idea di transizione costante: la musica di FKA twigs scandisce il passaggio fluido dal giorno alla notte, come se l’intera collezione fosse pensata per attraversare le ore senza cambiare davvero identità. Gli abiti non segnano momenti diversi, li collegano.
In prima fila, presenze iconiche come Kate Moss ricordano quanto questa visione sia radicata nella cultura visiva britannica. Ma il vero protagonista resta il rapporto tra abito e città, tra memoria e trasformazione.
Alla fine emerge un ritratto preciso di Londra: non un luogo stabile, ma un organismo in evoluzione continua. Il trench diventa la sua metafora più efficace — struttura che protegge ma si modifica, forma che mantiene identità pur cambiando nel tempo.
In questa tensione tra heritage e movimento, tra funzione e desiderio, Burberry suggerisce che vestirsi non è mai solo una questione estetica. È un modo di abitare il cambiamento.



