Un furgone attrezzato, una troupe e un testimonial abbastanza inaspettato: — volto noto della televisione, ex stuntman su due ruote, recente animatore di reportage social — ha annunciato: percorrerà l’Italia per raccontare le aziende “eccellenti” che fanno il vero Made in Italy. Il progetto — “The Italian Way, Made in Italy on the Road” — suona come un’idea romantica e ambiziosa. Ma al di là del montaggio patinato, che cosa resta?
Glamour sì, ma serve sostanza
La forza del format è evidente: Brumotti porta con sé un’aura popolare, riesce a parlare a un pubblico ampio, forse anche a chi — moda, tessuti, artigianato — non sa nemmeno dove cominciare. Con il suo stile “on the road”, fatto di video, droni e storytelling visivo, può trasformare un laboratorio artigiano in una storia da condividere. È un’occasione per dare visibilità a chi lavora “dietro le quinte” del fashion system, lontano dai riflettori delle passerelle, e forse — perché no — per restituire dignità a mestieri troppo spesso nascosti.
Ma l’immagine, per quanto suggestiva, rischia di rimanere superficie: senza un’indagine critica sulle condizioni di lavoro, sui margini, sulla sostenibilità economica e ambientale, quel “viaggio” rischia di essere solo una vetrina. È un tema già discusso — la reputazione del Made in Italy comincia a vacillare quando il marketing supera i fatti.
Tra storytelling e identità: la sfida del credibile
Soprattutto oggi, con le trasformazioni del mercato globale, la delocalizzazione, il fast-fashion — e persino l’automazione — “fare Italia” con genuinità significa molto di più che mostrare un laboratorio bello e ben illuminato. Serve trasparenza: da dove provengono i materiali? Chi sono le persone che confezionano i capi? A che condizioni?
In questo senso, iniziative come — che da tempo tenta di promuovere l’eccellenza imprenditoriale, il dialogo tra imprese, innovazione e territorio — vanno nella direzione giusta.
Ma il racconto non può fermarsi a un logo, una storia “Instagram-friendly” o a un volto televisivo. Serve rigore, verifica, e — soprattutto — coerenza tra narrazione e realtà.
Dietro ai filati pregiati e agli showroom curatissimi c’è una sfida poco visibile: il prezzo dell’artigianato, la resistenza delle piccole e medie imprese, la difficoltà di trasmettere competenze alle nuove generazioni. In molti settori — moda come manifattura — questa difficoltà si traduce in chiusure, in perdita di mestieri, in scarsa valorizzazione dell’esperienza.
C’è un pericolo che questo progetto — così romantico e ben confezionato — taccia le crepe dietro il sipario, e trasformi la crisi del sistema in nostalgia, in “qualcosa che fu”.
Il racconto necessario — ma anche il dubbio sano
Progetti come questo possono essere utili: possono riavvicinare il pubblico al valore del lavoro bene fatto, raccontare chi ancora crede nella qualità. Possono servire a rinnovare un orgoglio spesso dato per scontato.
Ma se non accompagnati da un giornalismo vero — con dati, con testimonianze dei lavoratori, con dialogo critico — rischiano di essere solo una collezione di belle immagini. Ricordiamoci che il Made in Italy non è (solo) un’etichetta. È mani, tempo, fatica. E se vogliamo davvero difenderlo — non solo raccontarlo — serve coraggio editoriale, non solo glam.


