Il 7 dicembre 2025 — nel cinquantesimo anniversario della scomparsa di Dmitrij Šostakovič — il Teatro alla Scala di Milano inaugura la stagione lirica con “Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk”, una scelta che sa di gesto consapevole, non di semplice ritorno al grande repertorio.
Non si tratta solo di musica: è una restituzione storica. L’opera — scritta da Šostakovič quando aveva 26 anni — vede la Scala riportare in scena la versione originale del 1934, quella che all’epoca venne bollata come “caos invece di musica” e poi stroncata dalla censura.
Metterla in scena oggi significa guardare al potere dell’arte come voce capace di sfidare tabù, di fare i conti con il passato — e con le censura di ieri, per ricordare che l’arte non è mai neutrale.
Un’opera, mille tensioni: regia, attuali timori, sguardo contemporaneo
La regia dell’opera è affidata a Vasily Barkhatov, con direzione musicale di Riccardo Chailly: per lui sarà l’ultima Prima scaligera.
Le ambientazioni non richiamano una Russia zarista dai clichés storici, ma — secondo le note della produzione — cercano una chiave contemporanea: vicenda di potere, passione, sopraffazione, colpa. Una tragedia che non parla solo del passato, ma riverbera inquietudini attuali.
Non sorprende che alla prova degli Under 30 — anteprima che la Scala dedica ai più giovani — l’opera abbia suscitato forti emozioni: un’esecuzione “sconvolgente”, dove il pubblico, tra paillettes e riflettori, ha applaudito a lungo.
In un momento storico in cui tensioni geopolitiche e identitarie agitano il dibattito sull’arte — soprattutto quella di matrice russa — la scelta di portare in scena Šostakovič non appare neutrale. E forse non vuole esserlo.
Più di una Prima: un’operazione di “riparazione culturale”
L’operazione della Scala — come spiegato dallo stesso Chailly — non è un azzardo dettato da sensazionalismo, ma un “atto dovuto”: un tentativo di riabilitare un’opera che per decenni è stata cacciata, etichettata, messa al bando.
Riproporre la versione originale significa restituire al pubblico — e alla memoria collettiva — un pezzo di storia musicale e umana che merita di essere affrontato in tutta la sua brutalità, fragilità, ambiguità.
E, attraverso iniziative come Prima Diffusa — la programmazione che porta l’opera in circa 40 luoghi della città, con concerti, incontri e proiezioni — la Scala trasforma la Prima da evento elitario ad esperienza condivisa, accessibile, parte della comunità milanese.
Un invito all’ascolto — e alla riflessione
Veder “Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk” non è — o non dovrebbe essere — un semplice evento culturale. È un invito: a confrontarsi con la memoria, con il potere, con la solitudine della crisi morale e psicologica.
In tempi tumultuosi, dove le divisioni geopolitiche e ideologiche si riflettono anche nelle arti, la Scala fa una scelta. E chi prenderà posto tra i palchi o si sintonizzerà su Rai1 per la diretta (domenica 7 dicembre, ore 17:45) avrà modo di partecipare non solo di un grande evento musicale, ma di una riflessione profonda.


