È bastato un convoglio della linea “C”, una banchina spenta, pochi gradini verso il sottosuolo e una luce al neon per trasformare la vecchia stazione abbandonata della Bowery — nel cuore pulsante di Manhattan — in un teatro effimero di moda. Con la sua sfilata Métiers d’Art 2026, Chanel riscrive i codici delle sue passerelle: non più un tempio della grazia aristocratica, ma un’ode urbana a storie comuni, strade vissute e donne reali.
Un ritorno americano, un nuovo racconto
Dopo una pausa durata sette anni, Chanel sceglie di tornare a New York — non in un museo o in un ballroom dorato, bensì nella metropolitana, luogo simbolico di caos, umanità, diversità e quotidianità. Il debutto di Blazy come direttore creativo per Métiers d’Art non è solo un omaggio nostalgico al passato della Maison, ma un’intenzione chiara: raccontare la New York di oggi, fatta di pendolari, creativi, turisti e donne in carriera, con un linguaggio che mescola estetica couture e realismo urbano.
In passerella — o meglio, sui binari — si succedono silhouette che oscillano tra rigore sartoriale e una morbidezza rilassata: tweed alleggeriti, flanelle check impreziosite da catene, bouclé reinterpretati, capispalla e gonne di piume, ricami artigianali e bijoux da alta scuola. E poi tocchi pop e ironici: T-shirt “I ❤️ NY” reinterpretate in seta ricamata, righe che evocano rumori di treni, un’idea di “souvenir couture” che abbraccia l’anima cosmopolita e frenetica della metropoli.
La collezione non rinnega l’identità della Maison: al contrario, la rilancia. I raffinati savoir-faire degli atelier di le19M (ricami, lavorazioni di piume, dettagli in bouclé) convivono con un’ironia contemporanea, dando vita a pezzi che evocano epoche e stili differenti — dagli anni Venti agli anni Duemila — attraverso un montaggio creativo che sembra quasi cinematografico.
Il set stesso è parte del racconto: non una passerella lineare, ma binari, vagoni, annunci di stazione, bagagli, un quotidiano che fa da sipario a una sfilata collettiva. Le modelle — pendolari glamour — salgono e scendono dai convogli, dialogano con il pubblico, leggono, ridono, come in scena per caso ma con la compostezza di un fashion-film.
L’operazione non è solo estetica, ma anche simbolica. Chanel, con Blazy, sembra voler restituire alla moda un’anima accessibile, contemporanea e inclusiva, che parla di donne reali — non icone intoccabili — e di vite metropolitane, senza perdere l’eleganza e l’attenzione all’artigianato.
Questo approccio — che trasforma una metropolitana in una passerella — dice molto del ruolo che la moda può assumere oggi: non semplicemente vendere abiti, ma raccontare storie, evocare identità e celebrare la bellezza del quotidiano.
Con questo gesto, Chanel riscrive un capitolo del suo mito: la metropoli non è più solo luogo di transito, ma palcoscenico. E la moda non è più solo élite, ma un racconto condiviso.


