Brooke Shields è stata una delle figure che più hanno contribuito a definire l’estetica di Calvin Klein. Aveva appena quindici anni quando, all’inizio degli anni Ottanta, la celebre campagna denim con lo slogan “Nothing comes between me and my Calvins” rese evidente, quasi senza filtri, il legame tra moda e corpo. Vederla oggi in prima fila alla sfilata Autunno-Inverno 2026 sembra riaprire lo stesso interrogativo di allora: quanto la moda riguarda davvero gli abiti e quanto, invece, il modo in cui scegliamo di abitare e raccontare il nostro corpo?
Questa tensione attraversa anche la collezione firmata da Veronica Leoni, dove la fisicità torna al centro della scena. È come se il marchio volesse riallinearsi alla propria intuizione originaria, quella che ha costruito la sua identità: l’abito non come semplice rivestimento, ma come strumento di presenza.
Alla guida creativa da un anno, la designer italiana continua a fondere il linguaggio dell’American sportswear con un minimalismo di matrice europea. Ma in questa stagione il messaggio si fa più esplicito: la collezione indaga il culto del corpo e il piacere — quasi disciplinare — di definirne e controllarne la forma.
In passerella, fisici asciutti e scolpiti evocano l’immaginario fitness degli anni Ottanta, creando un dialogo diretto con il presente. Cambiano i codici e gli strumenti — oggi si parla di biohacking, tecnologie per il benessere e farmaci dimagranti — ma resta intatto il desiderio, talvolta l’ossessione, di governare la propria immagine.
In questo contesto, gli abiti assumono una dimensione più intima. Corsetterie che emergono dagli abiti da sera, trasparenze sovrapposte, lingerie tecnica trasformata in outerwear, camicie aperte e tagli inattesi suggeriscono più che mostrare. Ciò che tradizionalmente resta nascosto diventa improvvisamente visibile, alimentando una tensione sottile, quasi voyeuristica. Anche quando i look sono più coprenti, la silhouette resta protagonista: spalle ampliate, colletti aperti e proporzioni decise richiamano l’estetica yuppie e il momento storico in cui il tailoring maschile entrava stabilmente nel guardaroba femminile come strumento di affermazione.
Il messaggio è netto: vestirsi non significa proteggere il corpo, ma renderlo leggibile, esporlo, trasformarlo in linguaggio sociale.
Il denim torna in passerella come elemento fondativo. La rielaborazione di un modello del 1976 diventa il punto di partenza per riflettere sull’eredità del marchio, mentre gli accessori rafforzano un’idea di funzionalità essenziale. La palette, quasi ridotta all’osso, è attraversata da improvvisi lampi di rosso e arancio, soprattutto su trench trasparenti e abiti arricciati.
L’operazione di Leoni è, in sostanza, un riallineamento strategico. Il brand torna a interrogarsi sul rapporto tra moda e fisicità proprio mentre il corpo riacquista centralità come spazio di controllo, esposizione e costruzione identitaria. È qui che la collezione trova la sua energia più autentica: quando la moda smette di raccontare i vestiti e ricomincia a raccontare il modo in cui scegliamo di mostrarci.
Alla New York Fashion Week, la collezione Autunno-Inverno 2026 segna un momento di maturità nel percorso della designer. Non più una fase di definizione, ma una dichiarazione di controllo creativo. La sua visione si fa più precisa e radicale, costruendo un dialogo serrato tra l’eredità americana del marchio e una sensibilità europea fatta di rigore, sottrazione e tensione intellettuale.
La scelta dello spazio — l’architettura monumentale e geometrica di The Shed — amplifica questa direzione. Un ambiente essenziale, quasi astratto, dove il freddo di una mattina newyorkese sembra riflettersi nella purezza delle linee e nella precisione delle silhouette. Tutto converge verso un’estetica controllata, priva di eccessi.
Il richiamo all’archivio non è nostalgico ma strutturale. Il recupero dei primi jeans portati in passerella dal marchio diventa un gesto fondativo, un modo per riaffermare che il minimalismo di Calvin Klein non è mai stato neutro, ma sempre intriso di sensualità e consapevolezza del corpo.

Tra i capi più incisivi emergono i cappotti, veri protagonisti della stagione. Revers triangolari enfatizzati, contrasti tattili tra lana compatta e shearling, tweed con inserti in pelle. Le proporzioni sono generose ma controllate: spalle ampie, volumi definiti, costruzione precisa. È un tailoring potente ma disciplinato, che suggerisce autorità senza ostentazione. Accanto a questa imponenza, compaiono momenti di estrema essenzialità, come tailleur pantalone in pelle beige ridotti a linee pure, dove il lusso coincide con la sottrazione.
Il filo conduttore resta il corpo, mai nascosto né idealizzato, ma strutturato e reso protagonista. Lingerie a vista sotto blazer aperti, smoking scollati, corsetterie integrate negli abiti da sera: l’intimo diventa linguaggio esterno, senza provocazione gratuita ma con lucidità analitica. Anche nei look più coperti, la silhouette resta sempre leggibile, riflettendo una visione contemporanea del corpo come progetto personale e strumento identitario.
La sfilata co-ed amplia il vocabolario del brand mantenendo coerenza formale. La sensualità resta misurata, mai teatrale.
Sul piano materico, l’innovazione emerge nei cappotti in pelle trasparente: strutture rigorose ma translucide, in tonalità fumé o arancio bruciato, che combinano protezione e vulnerabilità. La palette è urbana e compatta — neutri minerali, nero profondo — interrotta da accenti cromatici più intensi che animano la superficie senza alterarne l’equilibrio.
Il finale introduce abiti in seta metallizzata costruiti come spirali avvolgenti, dove il tessuto sembra ruotare attorno al corpo, trasformandolo in asse visivo e simbolico.
A un anno dall’inizio della sua direzione creativa, Veronica Leoni dimostra una visione solida e coerente. La collezione non cerca effetti immediati, ma lavora sulla costruzione di un’identità più definita, orientata a un lusso essenziale e consapevole.
Minimalismo e desiderio convivono in equilibrio calibrato. La moda torna così a interrogare il rapporto tra abito e corpo con maturità e precisione, riaffermando un’identità che non ha bisogno di eccessi per affermarsi.
La FW26 è il segno di una direzione ferma: meno slogan, più struttura. Meno nostalgia, più consapevolezza. Un minimalismo che ritrova, oggi, tutta la sua forza.


