Il vero battesimo di Matthieu Blazy alla guida creativa di Chanel è avvenuto con l’Haute Couture primavera-estate 2026. Dopo il debutto prêt-à-porter dello scorso settembre, che aveva già lasciato intuire la direzione del suo lavoro, la collezione couture presentata al Grand Palais segna il momento della consacrazione. Non tanto una prova di forza, quanto una dichiarazione di metodo: Blazy dimostra di saper maneggiare l’eredità della maison con una precisione quasi chirurgica, spostando il baricentro dall’icona alla materia.
Il punto di partenza non è stato il tweed nella sua versione più riconoscibile, ma l’idea opposta: sottrarre, alleggerire, rendere impalpabile ciò che storicamente è costruzione. Un gesto concettuale forte, che trova un contrappunto perfetto nella scenografia. All’interno del Grand Palais prende forma un bosco immaginario, popolato da funghi monumentali e salici dai toni pastello, un paesaggio fiabesco che sospende il tempo e prepara lo sguardo a una couture diversa, più eterea che assertiva.
In passerella sfilano abiti che sembrano muoversi prima ancora di essere indossati. La leggerezza diventa il filo conduttore della collezione: mousseline, organze e chiffon costruiscono silhouette fluide, spesso trasparenti, applicate anche a capi tradizionalmente strutturati come il tailleur. Giacche, bluse e gonne compongono ensemble a tre pezzi che mantengono i codici Chanel ma li traducono in una nuova grammatica visiva, più delicata e meno monumentale.
Su questa base quasi evanescente, Blazy innesta il savoir-faire delle grandi lavorazioni artigianali. I ricami emergono gradualmente, prima come segni discreti lungo i profili, poi come vere e proprie superfici decorative. Perline, applicazioni e mosaici preziosi trasformano i capi in oggetti narrativi, senza mai appesantirli. La materia, pur lavorata in modo complesso, resta mobile, viva, attraversata dalla luce.
Il colore gioca un ruolo strategico. Le tonalità nude e lattiginose dominano l’apertura, ma vengono spezzate da accenti netti: l’arancio intenso dei collant, il rosso pieno di alcuni completi, tocchi di verde, giallo e nero corvino. Il contrasto cromatico diventa uno strumento di tensione visiva, capace di riportare l’attenzione sul corpo e sul gesto, più che sull’abito come oggetto statico.
Il dialogo tra opposti prosegue anche sul piano materico. Il classico tailleur Chanel viene reinterpretato accostando blazer coprenti a gonne completamente trasparenti, mentre il tweed perde compattezza e si trasforma in una trama leggera, quasi una rete. È qui che riemergono alcune delle ossessioni già viste nel lavoro di Blazy da Bottega Veneta: l’illusione ottica, il gioco tra ciò che sembra e ciò che è davvero.
Le ispirazioni si muovono su due binari principali. Da un lato, gli anni Venti, evocati attraverso silhouette scivolate e decorazioni luminose; dall’altro, la natura, protagonista tanto della scenografia quanto dei dettagli. Le piume, lavorate con estrema precisione dagli atelier della maison, rivestono giacche e abiti fino a trasformare le modelle in figure ibride, a metà tra donna e creatura fantastica. Dai fili del tweed sembrano nascere fiori, mentre le scarpe con tacco a forma di fungo diventano il simbolo più evidente della dimensione onirica dello show.
Anche gli accessori raccontano un cambio di passo. Le borse Chanel, da sempre emblema della maison, vengono alleggerite fino a diventare quasi trasparenti, lontane dall’idea di it bag e più vicine a un esercizio di stile concettuale. Un gesto che suggerisce una riflessione più ampia sull’identità del marchio nel presente.
In prima fila, una platea di star internazionali accompagna il debutto couture di Blazy, ma il vero centro della scena restano le donne che sfilano: diverse per età, presenza e personalità. Una scelta che rafforza il messaggio della collezione. Per Blazy, l’haute couture non è un esercizio autoreferenziale, ma uno spazio di libertà e racconto, in cui l’abito diventa una tela aperta all’esperienza di chi lo indossa.
Con questa collezione, Chanel ritrova una dimensione sperimentale e poetica insieme. E Matthieu Blazy dimostra di avere non solo la tecnica, ma anche la visione necessaria per guidare una delle maison più complesse della moda contemporanea.


