C’è un’espressione francese che invita a ristabilire l’equilibrio e a rimettere ogni cosa al proprio posto. Pharrell la traduce in gesto progettuale, spostando il baricentro della collezione dalla moda all’architettura. Al centro della sfilata prende forma Drophouse, un prototipo abitativo modulare in legno e vetro, immerso in un paesaggio ideale, che dialoga apertamente con l’estetica delle tea house giapponesi. Il progetto nasce dalla collaborazione con Not A Hotel, studio nipponico noto per le sue residenze firmate da grandi nomi dell’architettura contemporanea.
La casa diventa così il contenitore simbolico di un’idea di atemporalità: un luogo in cui passato e futuro coesistono senza gerarchie. Ciò che appare tradizionale rivela soluzioni tecnologiche, mentre materiali antichi vengono riletti con un approccio quasi ingegneristico. Lo stesso principio guida la collezione: un guardaroba maschile che parte dai capisaldi, ma li spinge oltre. I completi sartoriali si strutturano con spalle nette e pantaloni dalla linea ampia, i cappotti oscillano tra rigore dandy e decorazioni preziose, mentre impermeabili e outerwear introducono volumi funzionali e dettagli inattesi, come tasche oversize rifinite in pelliccia.
Accanto alla sartoria, riaffiora il linguaggio dello sportswear di lusso, cifra distintiva di Pharrell. Giacche in fleece, t-shirt in vicuña trattata, visone lavorato fino a sembrare spugna e piumini con il Monogram LV costruiscono un dialogo costante tra comfort e prestigio. L’intento dichiarato è quello di evocare l’intimità domestica – non a caso l’invito allo show era un paio di pantofole in pelle – anche se l’insieme, nel suo rigore concettuale, restituisce una sensazione di distacco emotivo. Le sperimentazioni tessili più sofisticate, come i filati con inserti in alluminio o i materiali termoregolanti e impermeabili in seta e chambray, restano volutamente discrete, quasi mimetizzate nella struttura dei capi.
La sfilata segna anche un momento simbolico per la maison: ricorrono infatti 130 anni dalla nascita del Monogram Louis Vuitton, nato alla fine dell’Ottocento come segno funzionale e divenuto nel tempo uno dei codici visivi più riconoscibili della cultura globale del lusso. A fare da cornice all’evento, la Fondazione Louis Vuitton, progettata da Frank Gehry nel cuore del Bois de Boulogne, un’architettura iconica che amplifica il dialogo tra moda, arte e visione contemporanea.
In un gioco di rimandi concettuali, al centro della venue svettava un edificio a grandezza reale: non una semplice scenografia, ma una dichiarazione d’intenti. La Drophouse – ispirata, secondo la maison, alla forma di una goccia d’acqua – si distingue per le superfici in vetro compresso e per terrazze dal minimalismo zen. È un’idea di lusso che rifugge l’effetto immediato per puntare sulla durata, pensata per rimanere rilevante nel tempo.
La collezione si muove lungo una linea sottile tra disciplina sartoriale e disinvoltura workwear. Cappotti impreziositi da fiocchi decorativi convivono con camicie volutamente stropicciate, maglieria aderente si affianca a completi eleganti e shorts oversize, in un gioco di proporzioni che amplia i confini del tailoring senza snaturarlo. A interrompere una palette prevalentemente neutra, tocchi cromatici in rosa bubblegum, azzurro polvere e verde smeraldo introducono una nota ludica, dosata con precisione.
A completare l’esperienza, una colonna sonora dal vivo firmata dallo stesso Pharrell, con orchestra e coro, e un cast che ha visto anche debutti inattesi in passerella, davanti a un parterre di ospiti internazionali. Il risultato è la conferma di una direzione chiara per Louis Vuitton: un lusso multidisciplinare, in cui moda, musica, design e architettura convergono in una visione coerente, più concettuale che emotiva, del futuro.


