La moda europea — un simbolo riconosciuto del made in Europe e protagonista nel mercato globale — si trova a dover rivedere piani, strategie e prospettive sotto la crescente ombra delle minacce di dazi commerciali emanate dall’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump.
La recente escalation delle tensioni tra Stati Uniti ed Europa ha preso corpo attorno alla Groenlandia: Trump ha annunciato l’introduzione di tariffe doganali aggiuntive del 10% a partire dal primo febbraio su merci provenienti da otto Paesi europei — tra cui Regno Unito, Francia e Germania — con un possibile aumento al 25% da giugno se non verranno accettate le richieste statunitensi di un accordo sull’isola artica.
Un mercato in stand-by
Per il settore della moda, il momento non potrebbe essere peggiore. Gli Stati Uniti rappresentano circa il 30% delle esportazioni europee di prodotti di lusso e prêt-à-porter, e l’interruzione o l’aumento dei dazi potrebbe tradursi in costi aggiuntivi, revisioni dei calendari di produzione e incertezza sugli ordini stagionali. Le maison di alta moda con atelier e fornitori in Italia, Francia, Germania e Regno Unito stanno già valutando scenari alternativi, tra cui la riallocazione della produzione o l’anticipazione delle spedizioni per evitare l’entrata in vigore delle tariffe.
Una decisione chiave della Corte Suprema degli Stati Uniti, attesa per il 20 gennaio, potrebbe condizionare l’autorità dell’amministrazione Trump di imporre dazi senza l’approvazione del Congresso, ma il ritardo nella pronuncia ha già generato un clima di paralisi operativa per molte aziende.
Impatto industriale, non solo sul lusso
Non si tratta soltanto di numeri. Le filiere artigianali — dagli atelier italiani ai lanifici francesi — sono legate a catene di fornitura che richiedono previsioni di lungo periodo. Un aumento delle tariffe potrebbe tradursi in minori margini, prezzi più alti per i consumatori statunitensi o addirittura perdita di quote di mercato a favore di concorrenti globali meno esposti ai dazi.
La portata dei timori è testimoniata anche dall’andamento dei mercati: i settori sensibili ai dazi — lusso, automotive e tecnologia — hanno contribuito alla flessione degli indici azionari europei dopo l’annuncio delle misure.
Una risposta europea in costruzione
Di fronte alla minaccia, l’Unione europea non resta inerte. Bruxelles sta valutando contromisure commerciali, incluse possibili tariffe di ritorsione per un valore complessivo di circa 93 miliardi di euro, così come l’uso dello Strumento anti-coercizione per proteggere le imprese europee da tattiche giudicate politicamente motivate. I leader europei hanno convocato vertici straordinari per coordinare la risposta e mantenere aperti i canali diplomatici con Washington, nella speranza di evitare un’escalation che possa compromettere anni di cooperazione commerciale.
Tra commercio e alleanze strategiche
Il caso dei dazi collegati alla Groenlandia non è un episodio isolato di politica commerciale, ma riflette una tendenza più ampia dove gli strumenti economici vengono utilizzati anche per esercitare pressioni in ambiti geopolitici. Per il settore della moda, abituato a dinamiche globali stabili e prevedibili, questa incertezza rappresenta una delle sfide più complesse dell’ultimo decennio.
In un mondo in cui le relazioni transatlantiche sembrano oscillare tra cooperazione e conflitto, la moda europea si trova — ancora una volta — a dover difendere non solo il suo prestigio, ma la sua stessa capacità di competere su scala globale.


