Il sipario è calato a Parigi, dove il Davide che contempla la testa di Golia di Guido Reni — un olio di dimensioni contenute ma di potenza luministica rara — è stato battuto per una cifra che ha sorpreso anche gli osservatori più esperti del mercato internazionale. Con un’aggiudicazione da capolavoro, l’opera ha preso la via di una nuova collezione privata, cancellando le ultime speranze di rivederla a Torino, città a cui era appartenuta per oltre due secoli.
Un ritorno possibile, poi il colpo di scena in sala
Negli ultimi mesi la tela era stata al centro di un crescente interesse da parte di istituzioni e studiosi italiani. Il suo legame con la storia sabauda — il dipinto figurava nelle raccolte del Principe Eugenio e successivamente in ambito reale — aveva riacceso la prospettiva di un rientro simbolico: un percorso complesso ma non impossibile, sostenuto da musei, mecenati e collezionisti vicini al sistema torinese.
La stima preliminare dell’opera lasciava spazio a un cauto ottimismo. Ma l’asta parigina ha assunto presto un ritmo inatteso: rilanci serrati, presenza di collezioni internazionali con ampie disponibilità finanziarie e un crescente riconoscimento del valore storico-artistico delle opere giovanili di Reni, oggi più che mai rivalutate nel mercato europeo.
Nel giro di pochi minuti, la soglia psicologica raggiungibile da istituzioni e consorzi italiani è stata.
Il dipinto, realizzato intorno al 1605-1606 durante la fase romana del maestro bolognese, segue un percorso che sembra la sceneggiatura di un film storico:
- commissioni nobiliari tra Roma ed Emilia,
- acquisizione nelle raccolte del Piemonte attraverso la rete dinastica austro-sabauda,
- presenza documentata in ambienti aristocratici torinesi per oltre 150 anni,
- dispersione tra fine Settecento e inizio Ottocento durante i passaggi più turbolenti dell’epoca napoleonica.
Come accaduto ad altre opere dell’epoca, gli spostamenti forzati legati alle guerre hanno generato lacune, vendite silenziose e cambi di proprietà mai del tutto chiariti dalla storiografia. Il Davide sembrava svanito fino a una riscoperta recente che lo ha riportato nel radar della critica e del mercato.
La distanza tra il valore culturale percepito e il valore economico reale è diventata evidente in sala d’asta. Nonostante l’interesse istituzionale e il sostegno di alcuni privati, mettere insieme una cifra vicina a quella finale avrebbe richiesto una mobilitazione più ampia, tempi più lunghi e soprattutto un quadro normativo che renda più agile l’intervento pubblico-privato nel mercato dell’arte.
L’Italia può bloccare l’esportazione di opere già nel territorio nazionale, ma non può intervenire su beni che si trovano all’estero da secoli. In questo caso, i margini erano minimi fin dall’inizio.
Il significato di una perdita che va oltre il dipinto
La delusione torinese non deriva solo dalla mancata acquisizione di un’opera importante, ma dal valore identitario che il Davide rappresentava:
- un tassello mancante delle collezioni sabaude,
- un frammento di storia cittadina disperso durante un periodo di grande instabilità,
- un esempio altissimo della prima produzione di Guido Reni, oggi oggetto di fervida rivalutazione critica.
Il ritorno dell’opera avrebbe significato ricucire una frattura lunga oltre due secoli tra Torino e il proprio passato artistico.
Il destino dell’opera dipende ora dal nuovo proprietario, di cui non è stata resa nota l’identità. Se dovesse trattarsi di un museo o di una fondazione internazionale, non è da escludere che il dipinto possa essere concesso in prestito futuro per esposizioni tematiche o monografiche su Reni.
Rimane tuttavia una prospettiva fragile, subordinata alle scelte del collezionista e alla politica di prestiti dell’istituzione che lo custodirà.
Il Davide non tornerà a Torino. Non ora, forse non mai.
Ma la vicenda — tra riscoperta, studio, mercato e diplomazia culturale — ha riacceso un interesse autentico per la storia dispersa delle collezioni italiane e per il destino delle opere “migranti”, che continuano a raccontare una parte di noi, anche quando scompaiono oltre confine.


