Due mostre parallele – alla Galerie Dior e nella sede della Fondazione Alaïa – rivelano il lato meno noto del genio couture, collezionista innamorato dell’eredità sartoriale in un gesto di raffinata complicità, la Galerie Dior e la Fondazione Azzedine Alaïa inaugurano oggi una duplice mostra dedicata allo stilista tunisino e al suo legame viscerale con Christian Dior. Un assedio elegante alla memoria couture, che si snoda in due sedi emblematiche e complementari.
La prima esposizione, “Azzedine Alaïa’s Dior Collection”, in corso alla Galerie Dior fino al 3 maggio 2026, mette in luce più di cento abiti storici appartenenti alla collezione privata di Alaïa, che contava circa 600 capi Dior.
Il curatore Olivier Saillard – direttore della Fondazione Alaïa – sottolinea come molti di questi pezzi non siano mai stati esibiti in pubblico prima d’ora.
Secondo Saillard, l’ossessione del couturier non era semplicemente accumulare: piuttosto, era un processo di riscoperta, una ricerca instancabile della struttura dei vestiti, di quelle forme delicate che fanno «rizzare» gli orli delle sottovesti.
In parallelo, la Fondazione Alaïa, nella sua sede nel Marais (18, rue de la Verrerie), apre dal 14 dicembre 2025 al 3 maggio 2026 la mostra “Azzedine Alaïa e Christian Dior, due maestri della couture”. Questa seconda parte rappresenta un dialogo visivo e concettuale: circa trenta modelli Dior – scelti con cura da Alaïa – vengono affiancati a un numero analogo di creazioni dello stilista tunisino, per mostrare come l’influenza del “New Look“ abbia attraversato la sua estetica.
Un collezionista discreto, ma instancabile
Il profilo di Alaïa emerge in questa iniziativa sotto una luce inedita: non solo grande couturier, ma anche guardiano appassionato del patrimonio della moda. La sua collezione privata, che ammonta a decine di migliaia di capi, è testimonianza di un impegno quasi archeologico nei confronti della sartoria storica.
Stando a quanto riportato, Alaïa cominciò a raccogliere pezzi già a partire dal 1968, anno in cui la maison Balenciaga chiuse, e continuò per decenni, frequentando aste, mercatini e archivi.
La scelta di esporre i capi Dior nella sede della maison stessa acquista così un valore simbolico: è la riconsegna a una casa che aveva ispirato il giovane Alaïa, un ritorno alle origini.
Un dialogo tra silhoutte e stile
Oltre alla semplice presentazione, il progetto curatoriale – guidato da Saillard con Gaël Mamine – mira a esibire una sorta di “corrispondenza sartoriale”: non solo forme simili, ma idee condivise.
Il confronto visivo tra le creazioni Dior e quelle di Alaïa mostra quanto quest’ultimo abbia tratto ispirazione dalla struttura, dalla tensione delle linee e dal volume dei capi di Dior, rivisitandoli secondo la sua sensibilità da “scultore del corpo femminile”.
Criticità e riflessioni
Alcune voci internazionali sottolineano che il progetto non si limita alla nostalgia: è piuttosto un esercizio di reinterpretazione storica, che pone Alaïa non solo come erede, ma anche come mediatore tra passato e presente.
Allo stesso tempo, il fatto che molti capi provengano da archivi privati solleva interrogativi sulla conservazione del patrimonio couture: qual è il ruolo delle fondazioni e delle maison nel preservare la memoria tessile?
Un altro punto di interesse è il catalogo pubblicato in occasione dell’evento: edito da Damiani, conta 112 pagine e 90 illustrazioni, disponibile in francese e inglese. Questo volume non è solo un souvenir dell’esposizione, ma un documento che potrebbe diventare un punto di riferimento per gli storici della moda.
La doppia mostra parigina su Azzedine Alaïa non è solo un tributo a un grande stilista, ma un’operazione simbolica di memoria e di dialogo. Riunire sotto lo stesso tetto (e in due sedi distinte) le creazioni Dior collezionate da Alaïa e le sue stesse opere significa restituire un racconto più ricco e stratificato della sua eredità. È un invito, per il pubblico, a guardare la moda non solo come spettacolo, ma come storia viva: quella di chi non ha indossato soltanto abiti, ma ha custodito sogni.


