Dopo anni di crescita sostenuta, il settore orafo italiano registra una frenata netta. Il 2025 si chiude infatti con un calo dell’export compreso tra il -20% e il -21%, pari a una perdita di circa 3 miliardi di euro rispetto all’anno precedente.
In valore, le esportazioni si attestano intorno ai 10,8 miliardi di euro, confermando comunque la leadership europea dell’Italia, ma con un arretramento significativo rispetto ai picchi recenti. Un dato ancora più rilevante riguarda i volumi: la contrazione è infatti più marcata rispetto ai valori, segnale di un mercato sostenuto solo in parte dall’aumento dei prezzi del metallo prezioso.
A incidere in modo determinante è stato il crollo dell’export verso la Turchia, uno dei principali hub globali per la lavorazione dell’oro. Il calo è stato drastico: -66% in valore e -72% in quantità. Nel 2024 Ankara aveva trainato la crescita con un boom straordinario, ma nel 2025 il cambio di politiche sull’import di oro ha ridimensionato drasticamente i flussi commerciali. Senza questo effetto, il quadro sarebbe stato molto diverso: al netto della Turchia, l’export italiano avrebbe registrato addirittura una crescita del +7,6%.
Il secondo grande driver della crisi è il prezzo dell’oro, che nel 2025 ha registrato un aumento medio del +37%. Un incremento che ha avuto un doppio effetto: da un lato ha sostenuto i valori economici delle esportazioni, dall’altro ha compresso la domanda globale. La domanda mondiale di gioielli in oro è infatti scesa del -18,3%, con una contrazione significativa nei principali mercati asiatici. Il risultato è un settore sostenuto dai prezzi ma indebolito nei volumi.
Non tutti i mercati si muovono allo stesso modo. Crescono Svizzera (+27%), Emirati Arabi Uniti (+13%), Hong Kong (+9,7%) e Paesi Bassi (+56,3%), mentre arretrano Stati Uniti (-9,4%), Francia (-14,1%) e Irlanda (-10,6%). Questa dinamica evidenzia una trasformazione delle rotte commerciali, con una crescente importanza dei mercati hub e di riesportazione.
Il sistema produttivo italiano mostra segnali contrastanti: Arezzo soffre maggiormente per l’esposizione alla Turchia, mentre Vicenza e Valenza tengono meglio grazie a un posizionamento più alto di gamma. Alcune aree registrano anche crescite locali, confermando una resilienza a macchia di leopardo. A livello territoriale, la Toscana resta il cuore dell’export, seguita da Veneto e Piemonte, che insieme coprono quasi l’intero export nazionale.
Le prospettive per il 2026 restano complesse. Tra i fattori di rischio pesano tensioni geopolitiche, instabilità nei mercati energetici, nuovi dazi e consumi globali più prudenti. Il comparto orafo entra così in una fase di normalizzazione dopo l’exploit del 2024, ma con margini sotto pressione e la necessità di ripensare strategie e mercati.
Il settore orafo italiano resta un pilastro del Made in Italy, ma sta cambiando pelle. Da un lato si registrano meno volumi e maggiore volatilità, dall’altro cresce il valore medio e si accentua la polarizzazione verso il lusso. Un equilibrio fragile che impone alle aziende nuove scelte, tra diversificazione geografica, innovazione e rafforzamento del posizionamento premium.
Il crollo dell’export di oro e gioielli nel 2025 non è solo un dato congiunturale, ma il segnale di una trasformazione strutturale. Il settore resta forte, ma più esposto agli shock globali, tra prezzi delle materie prime, geopolitica e nuovi equilibri commerciali. La vera sfida, oggi, non è tornare ai livelli del passato, ma adattarsi a un mercato radicalmente cambiato.


